Dalle Femen a Valentina Nappi, quando la vagina diventa marketing.

Le donne… Sai cosa ti dico? Chi le ha create… Dio deve essere proprio un genio. I capelli, i capelli sono tutto, lo sai? Hai mai affondato il naso in una montagna di capelli sognando di addormentartici sopra? O le labbra: quando toccano le tue è come il primo sorso di vino dopo che hai attraversato il deserto… Le tette, belle tettone, tettine, capezzoli, capezzoli che ti puntano addosso come baionette innestate… E le gambe, non importa che siano colonne greche o gambe di pianoforte: è quel che c’è in mezzo, il passaporto per il Paradiso. [...] Sì, signor Simms, ci sono solo due sillabe sulla faccia di questa Terra degne di ascolto: fica. 

E’ con queste parole che Frank, Al Pacino, ritrae il corpo femminile nella sua naturale bellezza in una delle scene del film Scent of a Woman – Profumo di donna. E come dargli torto?

Gli ultimi 50 anni di storia del mondo e della società, con le loro tecnologie, le politiche e le filosofie dell’individuo, hanno sicuramente corso più di quanto la civiltà stessa si aspettasse, portando un tifone di modernità che ha snaturato, sovvertito e, in alcuni casi, de-costruito molti dei capisaldi della mentalità che governava il secolo scorso. Ma se per molte progressioni ideologiche la direzione è una e ben definita, parlando di emancipazione della donna e della sua immagine, molti non sanno ancora da che parte stia andando il mondo; di conseguenza, in un panorama in cui sulla prima pagina di un giornale convivono il seno scoperto delle ragazze di Femen e i volti coperti dei ragazzi dell’IS, porsi due interrogativi diventa una necessità.

Innanzitutto bisogna dire che se sul piano antropologico e naturale maschio e femmina sono complementari e affini, nella società civile uomini e donne non si comprendono, anzi si invidiano e si combattono, cercando di affermare l’uno la proprietà sull’altro. Sì, perché è di proprietà che si parla.
Se sessualmente vengono utilizzati i termini “possedere” e “appartenere” il motivo c’è ed è chiaro. Nell’antropologia, l’uomo si approccia alla donna come se si trattasse di un oggetto prezioso, cercando di carpirla prima e di proteggerla poi, assicurandole la sopravvivenza senza pretendere una reciprocità a riguardo (questo accadeva soprattutto prima della rivoluzione industriale e dell’occupazione operaia femminile). La donna gli “appartiene” – vi chiedo gentilmente di guardare con me la luna e non il dito, evitando banali accuse di sessismo – e si abbandona fra le braccia dell’uomo: quest’ultimo combatte il mondo là fuori, mentre lei addomestica il focolare. Sono in pochi però a ricordare che anche la donna esercita una proprietà sull’uomo: quella del sesso e della prole. In molti sminuiscono questo aspetto della sessualità umana, alcuni lo giudicano addirittura offensivo, ma la verità è che il sesso e la sessualità dipendono dalle donne. Così è e così sarà per sempre. L’ultima parola sotto le lenzuola rimane appesa alle labbra carnose delle femmine, e con questa la capacità di sfruttare il sesso e la sessualità anche in ambiti sociali che non siano il sesso stesso.

La semiotica riconosce da sempre l’utilizzo della rappresentazione di organi sessuali femminili (con particolare predilezione per il seno) come rimando al significato non solo di ciò che è sessuale, ma anche di ciò che è abbondante e rigoglioso, di ciò che prospera, vive e cresce. La spensieratezza con cui si rimandava al sesso delle donne muore con quella mela colta dall’albero della conoscenza, ossia con l’avvento delle tre grandi religioni monoteiste. Queste massimizzano la dignità sociale dell’uomo e minimizzano quella della donna: decretano che nelle mani maschili sta la sorte della storia del mondo, mentre nell’utero risiede il futuro dell’umanità, relegando il ruolo della donna ad una mera funzione riproduttiva. Ciò che poteva essere ricondotto ad una diversità fisica e anatomica che assegnava ruoli sociali diversi a uomo e donna nelle società antiche (per capirci: chi cacciava e chi conciava le pelli), viene così radicalizzata da una metafisica scritta dai maschi per i maschi, mutilando la dignità della donna, ponendola su un piano ontologico inferiore rispetto a quello in cui è spaparanzato l’uomo delle religioni monoteiste.
Bisogna attendere la fine dell’800 perché inizi un processo tramite il quale le donne riscattino il loro ruolo sociale, cercando di parificarsi alla consolidata figura del patriarca. Si devono aspettare gli anni ’60 del secolo successivo per intravedere qualche risultato a livello sociale (a livello politico, per la fine degli anni ’40 abbiamo già nazioni che parlano di suffragio universale maschile e femminile).

Ciononostante, la letteratura è piena di riferimenti al potere divino che la “gnocca” esercita sulla città: basti ricordarsi quando ai tempi del liceo si leggevano le parole di Lisistrata, che, con la tipica irriverenza greca, narrava di come si potesse fermare una guerra con un ben congegnato “sciopero del sesso”. Ogni tanto, invece, un paio di tette in eccesso possono far scoppiare una guerra: è ancora la Grecia che ci parla di come i seni della bella Elena siano stati i responsabili della morte di migliaia di greci e troiani. Il sesso, dunque, diventa per la donna un’arma, oltre che un potere contrattuale, donandole la capacità di attuare una mercificazione del proprio corpo al fine di porre l’attenzione su un qualcosa che non sia necessariamente il sesso in sé e per sé. Cosa succede però quando questo meccanismo (ripetiamolo, naturale) viene massimizzato a tal punto da diventare una strategia di marketing?
Accade che sul web e in televisione ci imbattiamo in quella miriade di spot “gnocca e motore”, “gnocca e mobili”, “gnocca in vacanza” , “bevi con la gnocca”, “gnocca e qualsiasi cosa”; tramite i palinsesti TV vengono mitizzate le cheerleader del mondo dello spettacolo: le soubrette, le letterine, le veline. Infine, la gnocca diventa essenziale anche per far politica a prescindere dagli intenti ideologici, come ben dimostrano fenomeni come la Minetti e le Femen.

Photo credit: FEMEN Women's Movement / Foter / CC BY-SA

Photo credit: FEMEN Women’s Movement / Foter / CC BY-SA

Della Minetti non si parla da un po’, mentre le ragazze di Femen in questi giorni sono state le protagoniste di una particolare manifestazione inscenata davanti alla residenza del Papa. Dopo la protesta a seno nudo del 19 dicembre scorso davanti alla basilica di San Pietro e quella a Milano contro il mondo della moda, le militanti sono tornate nel nostro paese il 14 novembre, e  poco dopo le 11 del mattino hanno iniziato la loro performance tra l’imbarazzo e l’incredulità dei turisti. Tre attiviste hanno iniziato a spogliarsi e, dopo essersi tolte la maglietta, si sono inginocchiate davanti all’obelisco di piazza San Pietro mimando gesti osceni, volgari e offensivi con un crocefisso. Sulla schiena, splende la scritta “Keep it inside”. Sopra il ventre un’altra simile, “Il Papa non è un politico”. La polizia interviene subito e le tre attiviste vengono allontanate.

Le Femen sono state più volte accusate di utilizzare il proprio corpo in maniera impropria e incoerente rispetto i loro obiettivi politici (il loro segno caratteristico è il seno scoperto). Si battono per emancipare l’Ucraina dal giogo del turismo sessuale e per “restituire alla figura della donna una dignità che le è stata tolta dagli uomini”. Daryna Chyzh, giornalista ucraina, ha condotto un’inchiesta per il canale 1+1, infiltrandosi nelle loro gerarchie. Dall’inchiesta sono scaturite polemiche e accuse, alcune anche gravi, secondo le quali dietro a Femen ci sarebbe un jet-set di influenti uomini europei. A chi si interroga sul motivo di usare le proprie tette per combattere la mercificazione del corpo risponde Anna Hutsol, fondatrice del movimento:

“Era l’unico modo per farsi notare dagli uomini dell’Ucraina e del resto del mondo. Se avessimo fatto altrimenti, nessuno ci avrebbe ascoltato.”

Marketing. Politico, in questo caso. Diventa quindi sottile la linea che divide il pretesto pubblicitario dal conformismo sociale che vede la donna come un “bellissimo oggetto”, soprattutto se a ricalcarla sono le stesse donne. Si rischia dunque di partire con ottime intenzioni di progressismo sociale, per poi scadere in qualche categorizzazione sessista o, peggio, in una forma di solipsismo mediatico che è riassunto dalla frase “faccio quello che mi pare perché io so’ emancipata!”. Ed è quello di cui si parla quando si accenna al fenomeno mainstream Valentina Nappi.

Photo credit: HotGossipItalia / Foter / CC BY

Photo credit: HotGossipItalia / Foter / CC BY

Nascente diva del porno, la Nappi fa parlare di sé non tanto nel suo ambito, quanto piuttosto sui giornali: la porno-attrice, infatti, è anche blogger per MicroMega. Da settembre ha iniziato un lavoro di scrittura che grida la fierezza con la quale conduce la sua professione e di come si serva del sesso per perseguire i propri obiettivi. Nappi parla di valorizzazione delle tecniche del sesso (paragonando la fellatio al suonare il violino); si scaglia contro il filosofo Diego Fusaro, che ritiene non abbastanza colto da criticarne l’operato; traumatizza Boldi su Twitter che la richiama al buon costume. E compie tutte queste imprese mischiando toni e argomenti intimi ad un dubbio intellettualismo. Il web e la pornografia in streaming hanno dato non pochi problemi ai professionisti del settore, che si vedono soppiantati dai milioni di video amatoriali caricati ogni giorno su Youporn; così ai blogger che -come la Nappi- vogliono fare carriera, non resta che inventarsi un personaggio e acquistare visibilità a livello mediatico. Si mettono due o tre clip di heavy-sex sulla prima piattaforma mainstream, si twittano frasi osé, si postano foto sconce, si comincia a dire tutto ciò che un uomo vorrebbe sentir dire da una donna, e a questo si alternano commenti da filosofo della domenica. Valentina Nappi diventa un tale cult da sostituire Flavia Vento tra i trend di Twitter. Eppure, nonostante la sua attitudine – si definisce con fierezza un’intellettuale rivoluzionaria del sesso, come già Moana o più di recente Sasha Grey- non si fanno attendere i tweet di utenti che si stupiscono dell’intelligenza dell’intelligenza della porno-diva. Questo è vero sessismo: pensare che una porno-attrice sia per forza una sciocca. Non è dato sapere quanto in effetti Valentina Nappi lo sia: lei che, detto con le sue parole “vorrebbe che la sua vagina diventasse di pubblico dominio”.

Capitola dunque ancora una volta l’emancipazione di cui si parla, e che la stessa Nappi decanta come baluardo della sua crociata. Cade il sentimento di liberalizzazione delle tematiche sessuali, che devono essere affrontate e affrancate, non promosse in favore di un prodotto o un’ideologia politica. Capitola la dignità del corpo femminile nei suoi usi e costumi, e si sfracella sui testicoli degli uomini, che sfruttando quel sacrosanto desiderio di parità, si siedono sul divano per godersi lo spettacolo di alcune donne che ritorcono la loro sessualità contro i maschi, pur continuando a provocare erezioni, e, in casi come Valentina Nappi, compiacendosene pure.

Via: retroonline.it


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