Everyday Rebellion – la recensione del documentario

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La pace, diciamolo, non si  vende tanto bene. Non è telegenica come la guerra per i media, che preferiscono l'action convulso e violento, le vittime inermi, le decapitazioni e gli ultimatum Anche per questo è il benvenuto un documentario come Everyday Rebellion, che riporta l'attenzione su quello che davvero conta e che può salvarci dalla barbarie.

Di pacifismo si parla troppo poco, se non nel caso delle azioni più eclatanti e pittoresche, come quelle di Femen (incluse nel film dei Riahii Brothers), svincolandole in genere dal contesto. E' un bene dunque che esista ora un film/progetto cross-mediale su internet – che mette insieme tutte le voci e le esperienze “contro”, che partono dal basso, dalle esigenze comuni agli esseri umani che vivono in un mondo in cui il capitalismo sfrenato ha prodotto una forbice enorme tra una minoranza di milionari e benestanti e una maggioranza di disoccupati, sfrattati, poveri ed esodati.

Quelli che il film mostra e racconta sono tutti movimenti che lottano – senza stancarsi, procedendo a volte per tentativi ma sempre con una strategia a lungo termine – per i propri diritti calpestati e uccisi:: brutalmente sotto le dittature, con mano guantata e  delicatezza nelle cosiddette democrazie partecipate, dove di partecipazione del demos è rimasto ormai ben poco.

Gli Indignados spagnoli, Occupy Wall Street, i resistenti egiziani, siriani e iraniani e le femministe di Femen hanno più in comune di quanto si potrebbe pensare. Dove possibile si incontrano e si scambiano idee e consigli sulle migliori strategie per coinvolgere più gente possibile, dal quartiere alla piazza alla città. Costretti a parlare senza megafono, ripetono in coro le parole di chi racconta la sua storia, si espongono nudi davanti ai potenti e all'ordine costituito – in alcuni casi mettendone in evidenza la nudità morale – e, dove rischiano prigione, tortura e morte, attuano proteste creative, colorate, happening improvvisi che rompono il grigiore di società schiacciate dalla prepotenza del potere assoluto.

Palline di gomma e biglietti di banca con slogan, manifesti che si srotolano a tempo, fontane di sangue, solidarietà tra poveri, pentole battute con mestoli, graffiti, mimo e body art: è un mondo che non distrugge ma propone, fa sentire le ragioni della propria protesta nei centri del potere economico, fa da cassa da risonanza per chi non viene mai intervistato nei tg o fa notizia solo come caso umano singolo.

Gandhi, come dice il serbo Popovich, era un grande stratega, e aveva capito che se devi combattere contro Mike Tyson è meglio sfidarlo a scacchi che al pugilato. E'  l'eterna storia di Davide e Golia: se ti contrapponi al nemico con la forza finirai per esserne distrutto, mentre mettendo in gioco l'intelligenza, sulla distanza  puoi ottenere risultati impensabili (nel caso del movimento serbo, ad esempio, la caduta di Milosevich).

Nell'anniversario dell'11 settembre, quando violenza, conflitti fratricidi e atrocità primordiali dominano i notiziari, fa bene ricordare che esiste un'altra via per difendere le differenze, la democrazia, i deboli di tutto il mondo. E che ha bisogno del contributo di tutti. Come cantava John Lennon, è  arrivato, più urgente che mai, il momento di dare una possibilità alla pace.

Via: comingsoon.it


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The mission of the "FEMEN" movement is to create the most favourable conditions for the young women to join up into a social group with the general idea of the mutual support and social responsibility, helping to reveal the talents of each member of the movement.

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