Femen: «Ecco chi siamo»


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Venezia, red carpet per le Femen

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Venezia - Mostrare «la vera storia del movimento in tutti i suoi aspetti, anche i più controversi e paradossali. Ora ci sentiamo più libere e abbiamo iniziato una nuova pagina di femminismo, anzi di femenismo».

È per questo che le attiviste delle Femen hanno accettato di raccontarsi nel documentario Ukraina ne bordel (Ukraine is not a brothel) dell’australiana Kitty
Green, presentato fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia.

Il gruppo, nato circa cinque anni fa in Ucraina, è diventato famoso nel mondo per le proteste in topless nelle quali lanciano slogan contro la violenza domestica, il turismo sessuale e tutte le forme di prevaricazione maschile.

Un saggio della loro azione le Femen l’hanno dato anche al Lido dove, dopo la conferenza stampa, si sono mostrate davanti ai fotografi a seno nudo con scritto sul petto slogan come Ukraine is not a brothel (L’Ucraina non è un bordello) e Naked war (guerra nuda) e con il nome e il simbolo delle Femen (fotogallery
).

«La nostra battaglia, che siamo certe vinceremo, continua perché la donna non è alla pari con l’uomo in nessuna società, al di là delle apparenze - spiega Sasha
Shevchenko, master in economia, una delle leader del movimento -. Ad esempio quando siamo venute in Italia a protestare contro Berlusconi la violenza delle autorità italiane è stata pesante quanto quella in Ucraina. Gli uomini quando vedono le donne reagire, si spaventano».

Nel documentario, le immagini quotidiane di attiviste come Sasha, Inna, Anna, Alexandra, Oksana si uniscono a quelle delle proteste in vari paesi, dall’Ucraina alla Turchia, reazioni violente comprese, tra botte, calci, arresti, minacce e la paura delle famiglie.

C’è però una presenza scomoda: quella di Victor, attivista delle Femen, arrogante e prevaricatore che sembra essere il manovratore di tutte le proteste: «Victor non fa più parte del movimento da un anno - spiega Sasha - lui non ha fondato le Femen, era uno dei pochi componenti uomini e quando le Femen hanno cominciato ad essere più popolari ha pensato di poter prendersi più spazio, forse perché è un uomo. Abbiamo subito la sua violenza psicologica per un periodo. Avere a che fare con una persona come lui ci ha fatto capire ancora di più quanto sia necessario combattere il patriarcato. Non siamo più sotto il suo folle potere, ora lavoriamo fra donne». Inoltre «siamo scappate dall’Ucraina perché la politica e i servizi segreti ucraini ci stavano attaccando molto duramente, avevano cominciato a fermarci e picchiarci anche quando non protestavamo. Ora il nostro quartier generale è a Parigi ed abbiamo nel mondo altre 10 sedi».

Quando un giornalista ucraino chiede il senso della protesta in topless, Sasha è sferzante: «Gli uomini come te vedono le donne nude solo sotto le coperte o nelle pubblicità. Noi vogliamo riappropriarci della nostra sessualità e del nostro corpo, non c’è niente di osceno, sei tu che lo vedi così’».

La giovane regista
australiana spiega di aver voluto realizzare il film «perché trovavo nelle loro proteste in topless una contraddizione intrigante e siccome ho origini ucraine, durante una visita a mia nonna, le ho incontrate e loro mi hanno dato il permesso di raccontarle».

Un’altra delle attiviste, Inna Shevchenko, commenta l’uscita dalle Femen di Amina, la tunisina che era finita in carcere, liberata ad agosto, che recentemente le avrebbe bollate come islamofobe. «Ci siamo battute per la sua liberazione, anche con un’azione in otto paesi, chiamata topless Jihad. È vero che Amina è uscita dal movimento, ma le ho parlato a Parigi e mi ha detto che le sue dichiarazioni erano state travisate. Noi, come femministe, siamo contro tutte le religioni monoteiste, perché sono fra le più grandi manifestazioni di patriarcato». Come Femen «riceviamo decine di minacce di morte, ormai sappiamo a cosa andiamo incontro quanto protestiamo. Non ti abitui ma è la scelta che abbiamo fatto».

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