Francia, Europa: la prostituzione tra realismo e olismo neo-femminista

di Niccolò Inches.

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Come accade ormai da qualche mese a questa parte, il gruppo neo-femminista Femen rappresenta uno dei principali “termometri” del dibattito socio-politico in Occidente. L’ultima uscita delle attiviste in topless, dopo il blitz pro-abortista nel Parlamento spagnolo, è stata una martellante campagna mediatica (condotta sui social network) di sostegno al progetto di legge della Francia di François Hollande per la penalizzazione dei clienti delle prostitute. Al grido di “You don’t buy, I don’t sell”, le pagine Facebook e Twitter (divenute veri e propri “house organ” di Inna Shevchenko e compagne) hanno manifestato il No delle Femen al mercato delle prestazioni sessuali, “senza se e senza ma”.

Ma qual è il contenuto esatto del testo caldeggiato dal Ministro delle Pari Opportunità (nonché portavoce del governo Ayrault) Najat Vallaud-Belkacem? La legge istaurerebbe un “delitto generico di ricorso alla prostituzione” perpetrato dai clienti, nell’ambito di una più forte lotta contro la tratta degli esseri umani. L’obiettivo numero uno di Hollande e della giovane ministra (in continuità, peraltro, con alcuni provvedimenti dell’allora Ministro dell’Interno Nicolas Sarkozy nel 2003) è dunque quello di colpire il fenomeno sul lato della domanda, nell’ottica di scoraggiare l’attività e sgonfiare lo sfruttamento dei cosiddetti “maquereaus”, commercianti (o schiavisti) del sesso secondo il lessico d’Oltralpe. Un’industria che foraggia organizzazioni criminali e alimenta ingenti flussi migratori dall’Africa e dall’Est Europa.

Con una legge di tale portata, la Francia si avvia ad iscriversi nell’enclave dei Paesi “neo-abolizionisti”, una delle tre macro-aree di suddivisione degli Stati in tema di regolamentazione della prostituzione. Per gli Abolizionisti, il “mercato del piacere” è un’attività contraria alla dignità della persona: essa va tutelata da ogni tipo di sfruttamento: per tale motivo, come accade da anni in nazioni del Nord Europa, in primis Svezia, Norvegia e Islanda (quest’ultima protagonista anche di una crociata contro la pornografia su Internet), sono previste pene pecuniarie o addirittura sanzioni penali nei confronti dei clienti delle prostitute. L’approccio abolizionista si accompagna ai suoi due “dirimpettai” nel panorama normativo. Secondo l’impostazione Proibizionista, adottata nei Paesi musulmani, in Cina, Russia e persino negli Stati Uniti (con l’eccezione dello stato del Nevada), le sanzioni colpiscono sia la clientela che lavoratori e lavoratrici del sesso. Altra storia è al contrario il Regolamentarismo, di cui la Germania è il massimo esempio nel Vecchio Continente. Al pari di Olanda, Turchia e Svizzera, i teutonici hanno derubricato la prostituzione quale ordinaria attività professionale, con effetti significativi sotto il profilo della protezione del lavoratore e, soprattutto, delle condizioni di sicurezza in cui si svolgono le prestazioni.

La politica tedesca sulla prostituzione, inaugurata ormai 10 anni or sono sotto il governo del socialdemocratico Schroeder (e avallata dai cristiano-democratici di Frau Merkel) ha sì generato una deflagrazione migratoria delle “Lavoratrici del Sesso” da Est a Ovest, ma ha indubbiamente attenuato la piaga dello schiavismo, le cui “esternalità negative” si riflettono tradizionalmente sulle strade e sull’ordine pubblico. Oggi, Berlino è la capitale europea del sesso a pagamento, avendo toccato il suo apice nel 2006 in occasione dei Campionati del Mondo di calcio: bordelli e case d’appuntamento sono meta di veri e propri pellegrinaggi del piacere da tutta l’Unione (e non solo). Quegli stessi “templi” che l’Italia, attraverso la famigerata legge della socialista Angelina Merlin, aveva bandito nel lontano 1958, con annessa introduzione del reato di favoreggiamento della prostituzione. Negli ultimi anni, il dibattito nel nostro Paese si è focalizzato sulla lotta alla prostituzione in strada, nel mirino di numerose ordinanze dei Sindaci (su tutte, quella dell’allora primo cittadino di Roma Gianni Alemanno) e del Ddl del 2008 a firma dell’ex ministro delle Pari Opportunità Mara Carfagna. Nel nostro paese, i (timidi) tentativi di imprimere una svolta regolamentarista sono giunti, in maniera del tutto trasversale, dal primo presidente Arcigay Franco Grillini e da alcuni parlamentari della Lega Nord, iniziative del tutto estemporanee.

In ogni caso, fa sorridere la singolare coincidenza per la quale, in Italia come in Francia (soprattutto, senza che nulla sia cambiato a 60 anni di distanza), vi siano delle donne socialiste in prima linea nella lotta senza quartiere alla prostituzione. La Rosa nel Pugno, simbolo del PS francese, sembra decisamente stonare con lo stesso logo esibito dal ticket Radicali-Socialisti alle elezioni politiche italiane del 2006, una coalizione elettorale all’insegna del libertarismo. La francese Vallaud-Belkacem, peraltro, non ha mai nascosto il suo obiettivo finale (“Occorre abolire la prostituzione”) e attualmente sembra trovare un’inedita sponda in una parte del mondo femminista. In particolare, presso gruppi come le Femen, magari “in debito” con il Presidente Hollande per quel celebre francobollo in cui l’effigie della storica Marianne si confondeva con il volto della pasionaria Inna Shevchenko. Stupisce, ancor di più, la carica moralizzante e moralistica di una simile campagna, la cui nobile causa di sconfiggere il barbaro sfruttamento di giovani donne rischia di estendere il suo raggio all’ambito della libertà di scelta individuale.

Nel corso di un colloquio di alcuni mesi fa con la leader Femen Inna Shevchenko (le cui tesi collimano con quelle del Palais de Matignon), emerse il proposito di estirpare qualsivoglia logica commerciale dal mondo del sesso, con la pretesa di attribuire una declinazione unidirezionale alla prostituzione: in altre parole, se l’80% delle prostitute è vittima di schiavismo, serve una politica repressiva per la generalità dei casi. Un approccio olistico e generalizzante che proprio i Socialisti francesi, in occasione dell’approvazione del “Mariage Pour Tous”, sembravano rigettare rivendicando la tutela dei diritti per forme minoritarie di unione, contro una visione della famiglia da “dittatura della maggioranza”. Per non parlare del silenzio assordante sulla prostituzione maschile, fenomeno altrettanto minoritario ma finito nel dimenticatoio (o direttamente nascosto sotto il tappeto) in nome di uno sposalizio tra un femminismo 2.0 di lotta e un femminismo quasi neo-giacobino di governo. Chissà se, dopo mesi di polemiche sulla “Manif Pour Tous”, anche la Francia non conosca la stagione del “Siamo Tutti Puttane”.

 iMille.org – Direttore Raoul Minetti

Via: imille.org


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