Le Femen irrompono a sorpresa nel nuovo ‘Anno Uno’

Televisione

Le Femen irrompono a sorpresa nel nuovo 'Anno Uno'

Anna Prestiti

16 Novembre 2014

Squalificare 'Anno Uno' per la - tristissima e irriverente, ingiustificabile e non scusabile - esibizione delle Femen nella prima puntata sarebbe troppo facile. Lo sarebbe in particolare ora che le polemiche contro il programma - gemmato da 'Anno Zero' di Michele Santoro, ormai alla sua seconda edizione e sempre sotto la conduzione di Giulia Innocenzi - sono calde, numerose, senza appello.
Un ospite che si alza e va via indignato - anche questo, un déjà vu di Anno Zero - e gli ascolti che lo bocciano come peggior programma della serata, in termini di telespettatori.

Ora, dicevamo, sarebbe troppo facile. Ma, in realtà, non è per le Femen che 'Anno Uno' non convince. Come non convinceva del tutto nella scorsa stagione.
Per onestà intellettuale, diciamo subito che una sfida il programma l'ha vinta: così pensato, il format è il tentativo di inventare un modo per comunicare la politica ai giovani. Un'idea bella ed estrema (e solo quel “diavolaccio” di Santoro poteva spingersi a tanto) e non poteva che essere La7 la rete elettiva per questo esperimento.

Tuttavia, non basta l'abito per fare il monaco, e la trasmissione in sé (intesa come contenuto, appunto) è mediocre, banale a volte. Giulia Innocenzi non convince. Certo, rispetto alla prima edizione, la ragazza è cresciuta, ma non nella sostanza: ha gli occhi bistrati di ombretto nero, più aggressivo di quello chiaro e rassicurante della scorsa stagione. Ma più che Lilli Gruber o Monica Maggioni, l'ideale di presentatrice cui tenta di somigliare sembra Maria De Filippi.

Eppure, a livello di format, è proprio questo il valore aggiunto di 'Anno Uno': aver trasformato 'Ballarò' in una via di mezzo tra 'Amici', 'Uomini e Donne' e 'Grande Fratello'.

Una banalizzazione del dibattito politico? Forse. Ma sicuramente un'idea originale, forse un po' stravagante, ma geniale.
Prima di tutto, l'arena in cui si svolge il dibattito è “diversa” già a una prima occhiata: il logo richiama due mezze lune che si occhieggiano, ma anche lo yin e lo yang. La disposizione a cerchio evita la contrapposizione spesso presente nei talk show politici e dà l'idea di amicizia, appunto. Rifacendosi alla prima serie dello storico programma della De Filippi, in particolare, non alla sua evoluzione talent di oggi.

E come in ogni buon gruppo di amici, i ragazzi hanno, tutti, un proprio ruolo: più personaggi che persone, raccontano comunque un'Italia giovane, in cui ognuno può riconoscersi. Rispetto alla prima edizione, però, le esperienze sono molto più stereotipate e lasciano poco al realismo. C'è perfino la ragazza col suo jhab, per strizzare l'occhio al multiculturalismo. Una scelta più ipocrita, però, che attuale.

Anche perché, in realtà, il tema della prima puntata era stantio, illogico per una trasmissione che vuole essere nuova: nella passata edizione, con Matteo Renzi che tra gli “amici” della Innocenzi si sentiva a casa, la prima puntata non poteva aprirsi in modo migliore. Questa volta, invece, Maurizio Landini sembrava un extraterrestre catapultato chissà da dove. Prima di tutto perché, se è di giovani che Anno Uno vuole parlare, e dei loro problemi, il sindacato non è proprio l'interlocutore giusto.

Vedere i giovani dialogare con Landini offriva quella sensazione di spaesamento che si potrebbe provare se incontrassimo un uomo delle caverne che dialoga con un quindicenne “malato” di tecnologia. Ed è forse anche per questo che i giovani in studio, più che offrire spunti interessanti e nuovi punti di vista, sembravano scimmiottare i navigati politici dei “vecchi” talk. Insomma: il gioco delle parti funziona se è credibile. Altrimenti, il rischio è che il nuovo faccia davvero rimpiangere “l'usato”.

Un'ultima cosa, che vuole essere un suggerimento: eliminate la pubblicità che promuove il programma, con il ragazzo senza lavoro e senza prospettiva, che dovrebbe rappresentare i giovani di oggi, e che preferisce il divano a qualsiasi proposta alternativa. Vorrebbe essere ironica, forse, ma è triste. Perché è vero che la più alta forma di intelligenza è la capacità di prendersi gioco di se stessi, ma occorre levità, consapevolezza, una buona dose di sorriso. Ingredienti che, dobbiamo dirlo, qui proprio non ci sono.

Tag: News, Tv nazionali

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