Russia, Turchia e Tunisia: tempi duri per il dissenso laico

Non tira un’aria buona, per chi dissente esplicitamente contro lo strapotere delle religioni e per chi reclama diritti e libertà. O, molto più semplicemente, viene negato il diritto di non subire discriminazioni sulla base del confessionalismo. In Russia come in Turchia e in Tunisia.

Nella Russia di Vladimir Putin è stata approvata dalla Duma la legge che criminalizza la “propaganda” gay verso i minori: in pratica, anche la semplice manifestazione di omosessualità in pubblico e la rivendicazione di diritti può potenzialmente finire sotto la scure della legge, con la scusa che può urtare la sensibilità dei bambini, dei benpensati e dei religiosi. La Camera bassa ha approvato questa norma liberticida praticamente all’unanimità: 436 sì e un solo astenuto. Intanto in Russia l’omofobia dilaga, con una escalation di aggressioni da parte di estrema destra e integralisti ortodossi che si accaniscono anche contro le timide manifestazioni di protesta. Mentre la polizia rimane a guardare, o si accanisce contro chi protesta per i diritti gay, con manganellate e arresti, chiudendo un occhio sulle violenze degli estremisti contro i manifestanti. L’autoritarismo di Putin e la sua retorica nazionalista e antioccidentale vanno a braccetto con la rinnovata influenza della Chiesa ortodossa, non estraneo il natalismo che dipinge gli omosessuali come nemici pubblici.

Nella Turchia vittima della lenta ma inesorabile “controriforma” islamista del premier Recep Tayyip Erdogan sono esplose le proteste che hanno visto manifestare in piazza Taksim la società civile. Si è partiti dall’occupazione del parco Gezi contro l’abbattimento di centinaia di alberi — per far posto ad altre strutture, tra cui una imponente moschea — a una contestazione più generale contro l’egemonia dell’AKP che unisce varie anime dell’opposizione, anche con la rivendicazione di più diritti e laicità. La brutalità della polizia che si è accanita contro i manifestanti, con diversi morti e parecchie centinaia tra arresti e feriti, e le dichiarazioni del primo ministro non hanno fatto altro che inasprire gli animi. Nonostante lo sgombero del parco gli scontri sono proseguiti tra martedì e mercoledì. Non sono mancati arresti di dissidenti attivi sui social network e persino la salata multa ad alcune emittenti che hanno seguito in diretta la mobilitazione a Gezi Park, accusate di minare “lo sviluppo fisico, morale e mentale di bambini e giovani” dall’authority del governo. Ma la comunità internazionale manifesta perplessità per il pugno duro di Erdogan.

In Tunisia, dopo l’arresto di Amina Tyler, sono state condannate anche le tre militanti di Femen che per solidarietà avevano protestato a seno nudo davanti al palazzo di giustizia della capitale, lo scorso 29 maggio. Un processo lampo, dove le attiviste sono state tradotte con il capo velato, conclusosi con la condanna a quattro mesi per violazione della pubblica decenza. Mentre Amina rimane in prigione con le accuse di oscenità per aver postato le foto a seno nudo su internet, ma anche di “profanazione” di un luogo di culto (per aver scritto con lo spray “Femen” su un muretto antistante una moschea e vicino un cimitero a Kairouan) e addirittura di detenzione di materiale pericoloso (per lo spray antiaggressione che portava con sé proprio per difendersi dagli integralisti che l’hanno minacciata di morte).

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