Selvaggia: Ora dentro le tette Topless non fa la rivoluzione

Ci risiamo. Le Femen sono riapparse a Kyiv, arrampicate sul campanile della cattedrale di Santa Sofia, per protestare contro un disegno di legge che metterebbe in discussione l’aborto. La mise, manco a dirlo, era quella di sempre: coroncina di fiori in testa modello “Cicciolina sbarca in Ucraina”, jeans attillato, più scarabocchi sul corpo di Fabrizio Corona e tetta seconda misura coppa b rigorosamente al vento.

E sulle misure riesco a d essere circostanziata perchè ormai, ‘ste tette, le hanno mostrate tante di quelle volte che sarei pure in grado di dirvi il cedimento annuo verso il basso della mammella destra della bionda a centro foto e con precisione millimetrica. Sì, l’avete già intuito. Le ragazze mi sono simpatiche quanto l’autovelox all’ingresso di Corsico. E vi vado a spiegare il perchè. Per chi non lo sapesse, Femen è un gruppo di sedicenti femministe ucraine che hanno la bizzarra abitudine di manifestare in topless. Urge precisare che i topless in questione non sono esattamente quelli della Cancellieri in spiaggia a Fregene, poiché le paladine dell’orgoglio femminile sono tutte rigorosamente biondo platino, giovani e avvenenti. (Tant’è che al primo sguardo, non sai mai se il tg sta lanciando un video sulla presentazione della nuova scuderia di Schicchi o un servizio sulle tizie che protestano contro la condizione della donna musulmana). Ve lo dico subito. A me la buonafede della Femen non convince nemmeno un po’ e sono sicura che ci sono più libri di economia agraria comparata in casa di Nicole Minetti che slanci femministi nelle belle ucraine.

Intanto, ‘ste ragazze, dal 2008, si sono sfilate il reggiseno per le cause più disparate , molte delle quali c’entrano col femminismo quanto io con il rock acrobatico. Tra le tante nobili ragioni per cui sono scese in piazza ricorderò, per esempio, l’aumento del prezzo del gas, la rivolta contro Mubarak, Putin, Sakineh, la scarsità d’acqua, gli uomini sciiti, il virus dell’influenza e, udite udite, hanno ritenuto pure di doversi spogliare per ribellarsi contro la tirannia del governo ucraino il quale aveva deciso che in vista degli Europei, nei quartieri vicini agli stadi, non si potevano stendere i panni sul balcone. Ideologia pura. Una protesta di concetto. Roba che se il primo ministro avesse vietato pure le parabole a vista, sarebbe stata guerra civile certa. Ma al di là delle cause vaghe e pretestuose, a non convincermi affatto è la tesi delle Femen, secondo la quale hanno scelto questa forma di protesta perchè «è l’unico modo per essere ascoltate nel paese». E questo è il concetto meno femminista che io abbia mai ascoltato in vita mia. Piuttosto eleggo a slogan femminista la frase «Se giri con la minigonna, poi la mano sul culo te la cerchi». Scoprire le tette non è un modo per farsi ascoltare. È un modo per farsi fotografare, che è un concetto diverso. Ed è vero che l’assenza di reggiseno garantisce la presenza sui giornali, ma per ragioni che non hanno nulla a che fare con il messaggio della protesta. La notizia diventa la baracconata, il folclore, il turgore della tetta, non quello dell’idea. E dubito fortemente che le Femen siano convinte di poter indicare la giusta direzione, in fatto di rivendicazioni femminili, chiedendo alla gente di guardare dove punta il loro capezzolo. Che poi voglio dire, se passa il concetto «spogliati e ti ascolteranno», qui si crea il caos. Tutti quelli con il complesso di essere poco ascoltati o scarsamente presi in considerazione ricorreranno al gesto estremo.

Io già mi vedo Michel Martone irrompere nell’ufficio della Fornero in perizoma zebrato, per dire. La verità è che ‘ste Femen si denudano per fini esibizionistici, non certo sociali. E non è certo la tetta al vento, a disturbarmi, ma il fatto che scomodino la parola «femminismo». Il femminismo, forse le ragazzotte ucraine lo ignorano, rivendica non solo i diritti delle donne, ma anche e soprattutto la loro dignità. E di dignità, nello strepitare conciate da porno hippie, ne vedo ben poca. Quello della donna liberata è un concetto un po’ più ampio e articolato di quello donna-liberata-dal-proprio-reggiseno, mie care Femen. Così come articolato e complesso è il problema del turismo sessuale in Ucraina. Turismo sessuale che le Femen combattono strenuamente. Spogliandosi. Ovvero veicolando esattamente il messaggio che le ucraine dovrebbero combattere, e cioè l’idea che il loro paese pulluli di ragazze disinvolte e disinibite. Francamente, dubito che all’uomo medio, dopo aver visto il trio di bionde manifestare sul campanile vestite da lapdancer, venga voglia di andare in Ucraina per un’escursione autunnale nella foresta di faggi.  Morale della storia: amiche Femen, datemi retta. Infilatevi un push up e una bella cerata che a Kyiv fa pure freddo e rammentate bene questo concetto: a protestare nude, a -26 gradi, al massimo si prende un’influenza virale, ma dall’influenza seria, quella sulla condizione femminile e i diritti delle donne nel mondo, si resta immuni. Mica per altro.  Altrimenti qui finisce che Sara Tommasi non è una scheggia impazzita, no. È una suffragetta.

di Selvaggia Lucarelli

Via: liberoquotidiano.it


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